SOGLIANO CAVOUR, la Chiesa di San Lorenzo Martire tra storia e restauro

SanLorenzo10Venerdì 18 dicembre alle ore 19, presso la Chiesa Madre, il parroco don Salvatore Gemma presenta il volume “Chiesa di San Lorenzo a Sogliano Cavour. Restauro, Storia e Immagini” alla comunità soglianese.

copertina-2-271x400All’illustrazione dell’opera partecipano il Sindaco dr. Paolo Solito, il dr. Antonio Gabellone, presidente della provincia di Lecce, Mons. Donato Negro Vescovo della Diocesi di Otranto,  il dr. Giovanni Giangreco, della Soprintendenza per i beni architettonici ed artistici di Lecce, e la d.ssa Carmen Mancarella, giornalista. L’importante restauro della Chiesa Matrice di San Lorenzo Martire ha consentito la riscoperta della ricchezza artistica, storica e spirituale custodita nella Sacra Struttura.

I testi e le immagini dell’opera, realizzati con il contributo di diversi autori, riguardano: la fede cristiana del popolo soglianese nei secoli grazie all’ausilio delle visite Pastorali succedutesi dal 1500 sino ai nostri giorni; la ricostruzione storica delle vicende che hanno portato l’architettura della chiesa alla sua forma attuale, accompagnata alle immagini che ne descrivono il passato; i lavori di restauro realizzati, con la  descrizione della tipologia degli interventi effettuati, e l’indagine georadar hanno portato in luce aspetti finora sconosciuti, quale ad esempio la presenza di sei vuoti sotto il pavimento della Chiesa, che confermerebbero la presenza delle antiche fosse di tumulazione della popolazione locale.

L’opera è corredata da un viaggio fotografico nei tesori di Arte Sacra preziosamente custoditi, e uno sguardo è rivolto anche ai fedeli che l’hanno sostenuta e ne hanno curato il valore. Degni di menzione sono anche il lavoro e l’impegno di giovani artisti che hanno restituito bellezza alle antiche opere.

Il coordinamento editoriale è stato realizzato dall’Accademia di Belle Arti di Lecce-Corso di Grafica Editoria d’Arte diretta dal prof. Nunzio Fiore, il progetto e impaginazione digitale è di Ferruccio Venuti, il volume è stato stampato presso Editrice Salentina di Galatina.

ORANGE IS THE NEW BLACK IS BACK! S3 SUMMARY

OITNB

Sapete, quando sono tornata con la testa sulla terra e mi sono resa conto che un paio di mesi prima la nuova stagione di Orange is the New Black sarebbe uscita dopo poco, ho pensato: “Ma… mi sono forse persa qualcosa?”

Ammetto di non essere stata troppo dietro agli aggiornamenti delle pagine ufficiali del telefilm sui social network, dunque la data d’uscita precisa l’avevo completamente mancata. Quando scopro che sono disponibili tutti i 13 episodi della stagione 3, era trascorsa appena una settimana dalla pubblicazione degli stessi su Netflix.

Mi erano davvero mancate le detenute di Litchfield! Nonostante il tutto si svolga tra le mura blindate di un carcere – seppur di minima sicurezza – vedere le ragazze interagire tra loro mi mette di buon umore e mi fa sentire a casa. Strano! Continuo a pensare che i personaggi siano azzeccatissimi, recentemente ho preso “Orange is the New Black: il mio anno in una prigione femminile” di Piper Kerman, la vera Piper, e sono curiosa di scoprire quali siano i personaggi fittizi e quali siano quelli reali. Spero non mi deluda.

Nel corso di questa terza stagione abbiamo assistito all’allargarsi dello spettro dei personaggi, ovvero: oltre ad approfondire la conoscenza delle detenute con flashback pre arresto, vediamo anche ciò che accade ai secondini, la loro psicologia e il loro relazionarsi.

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Diverse storyline si snodano attraverso i 13 episodi:

  • Piper confessa ad Alex di essere stata lei a fare la soffiata che l’ha risbattuta proprio a Litchfield.

  • il carcere rischia il fallimento e Caputo – con l’aiuto della Figuroa – fa in modo che ciò non accada facendo rilevare la prigione da un ente privato.

  • Questo ente non sembra molto interessato alla qualità di vita delle detenute, ma vuole spremere al massimo ogni occasione, tanto da far avviare un’attività tessile tra le mura del carcere: creeranno biancheria intima femminile.

  • Piper coglie al volo l’opportunità e, con il materiale di scarto, avvia un’attività illecita dentro/fuori la prigione: vendere mutandine usate via internet ai pervertiti – attraverso un sito creato e gestito dal fratello.

  • La detenuta Dayanara Diaz è al termine della sua gravidanza, il secondino Bennet è messo davanti alla responsabilità della paternità e di punto in bianco – quando realizza che il bambino non vivrà come meriterebbe – lascia tutto e non ci viene detto dove vada o che fine faccia, ma sicuramente lo sapremo nella stagione 4.

  • Ad interessarsi alle cure del nascituro ci pensa la mamma del pornobaffo (che, per la cronaca, appare in un unico episodio sBaffato!), la quale crede di essere la nonna. Daya non riuscendo più a stare dietro alle varie menzogne, durante una visita della donna, confessa che il/a piccolo/a non è figlio/a di Pornobaffo Mendez. Inoltre, più in là, la avverte dicendo che il bimbo è nato morto, cosa falsa.

  • A Litchfield c’è della tensione per questa nuova gestione: nuovi secondini vengono assunti senza essere sufficientemente preparati, nonostante i colleghi più anziani lamentino la totale mancanza di forza e conoscenza necessaria.

  • Red ritorna al suo posto: regina della cucina, ma con il nuovo ente in giro lei può fare poco, se non riempire i vassoi con la sbobba precotta fornita dai nuovi.

Questo ed altro nella stagione 3.

Buona visione!!

Appunti di viaggio 3

Continuando a ripercorre i miei ricordi dei tre giorni trascorsi in Umbria, riparto dal terzo giorno.

Quando decidemmo di ritornare ad Assisi, volevamo inserire nel nostro percorso rinomate località storiche come Todi e Gubbio. Quella terza mattina ci svegliammo con tranquillità, la notte trascorsa fu pacifica e l’essere risvegliati da una colazione abbondante e squisita rende il tutto ancora migliore.

Dopo esserci rinfrescati, andammo in auto in direzione Todi. Il viaggio non fu molto lungo, rimanemmo in auto circa cinquanta minuti, o forse un po’ di più cercando di beccare l’uscita corretta che il navigatore ci segnalava. Il paesaggio che ci si estendeva intorno era di una bellezza indicibile, non si possono raccontare quei campi d’oro, un fine gennaio vestito di colori primaverili con calori autunnali.

Attraversammo diversi paesini prima di risalire una lunga stradina che portava verso questa città etrusca. Pensavamo fosse più difficile trovare un posteggio, viste le stradine che compongono i paesi e cittadine della zona, ma diversi posti liberi ci attendevano a circa 500m da alcune stradine del centro.

Iniziammo a camminare per le viuzze del centro e dei vari rioni storici, Piazza del Popolo, una delle più importanti di epoca medioevale in Italia, è di grande effetto e fascino, ma purtroppo in quei giorni il centro della piazza era occupato da una grande pista di pattinaggio su ghiaccio che non avrebbe contribuito per nulla ad eventuali fotografie artistiche. Il Duomo dell’Annunziata, in stile romanico – gotico, è parte essenziale di quel pittoresco scorcio.

Non abbiamo, però tanto amato la presenza eccessiva di auto e posteggi in un centro di una certa rilevanza storica dove sicuramente ci dovrebbe essere più cura ed attenzione nella gestione dei propri monumenti. Per non parlare della sporcizia creata dai piccioni appollaiati sulle porte e finestre di alti palazzi. Questo è un punto, purtroppo, dolente. Se la cittadina fosse organizzata meglio, sarebbe un vero e proprio gioiello storico.

Dopo aver pranzato in una buona trattoria “da Piero e Silvana”, scovata sull’utilissimo TripAdvisor, ci siamo rimessi in cammino verso Gubbio, che inizialmente pensavamo di fare in un altro giorno.

Circa 80km ci distanziavano da Gubbio, spirava un po’ di vento che raffreddava la temperatura e dopo aver parcheggiato, iniziammo a girare per il centro storico della nota cittadina. Erano circa le tre del pomeriggio e Gubbio sembrava una città deserta, percorremmo alcune viuzze senza una precisa meta, anzi più una strada ci intrigava, più la percorrevamo. Mi piace un sacco girovagare in questo modo in posti che non conosci perché è una vera e propria esplorazione, più le stradine si arrampicavano sulla collina e più ci chiamavano a sé, quella irta stradina ci portò al Palazzo Ducale, lo attraversammo e ritornammo giù, verso la Gubbio deserta di prima dall’altro lato. Fu più una passeggiata che rievocava i vecchi tempi, il medioevo, più che un giro turistico. Basta camminare per quelle vie per respirare l’antico, la storia.

Lo scopo della mia visita, oltre a visitare la bella cittadina, era quello di visitare la Chiesa della Vittorina, di fronte alla quale è situata la statua di San Francesco con la lupa. Infatti, proprio qui Francesco riuscì a domare ed ammansire con le sue sole parole una lupa che terrorizzava e assediava la città di Gubbio in quel periodo. Questo è considerato il primo miracolo di San Francesco.

Dopo aver scattato diverse fotografie, ci incamminammo verso l’auto per ritornare in quel d’Assisi per trascorrere l’ultima notte.

Carla Valentini

Le verità di un clown

Cosa c’è di più vero della verità raccontata da un clown?
Siamo nella Germania post-nazista in un periodo di stallo economico che non permette alcuna rinascita. Hans Schnier è un clown disilluso che vive a Bonn e che dopo una grave ferita ad un ginocchio è costretto a fermarsi dalle sue esibizioni.

La sua attività non fu mai tanto remunerativa, ma la situazione peggiora quando, dopo la ferita, Hans è lasciato da Maria, cattolica praticante, che,  dopo aver ricevuto forti pressioni dal gruppo cattolico di Bonn, per questioni di tale natura, decide di sposarsi con un uomo della borghesia cattolica.

In preda alla frustrazione e alla malinconia, Schnier attraverso flashback, telefonate e dialoghi ci fa rivivere alcuni episodi della sua vita che lo hanno portato ad odiare la Chiesa cattolica, che con la sua austera pomposità biasima le persone che non sono sposate, ma tollera chi tradisce il letto coniugale; il finto perbenismo della gente, che dopo la Seconda Guerra Mondiale dimentica le proprie responsabilità storiche e sociali; il mondo borghese, a cui appartiene la famiglia dello stesso Hans e che lo sosterrebbe volentieri qualora seguisse quello che loro pensano sia la giusta carriera di un uomo, un ricatto che corrisponde allo scambio di battute che solitamente aleggia quando, in qualsiasi momento, si parli di arte tra comuni mortali: “Tu che lavoro fai?” – “L’artista” – “Sì, ma di lavoro?”.

A casa si aspettavano che io cominciassi la carriera eroica – andare a lavorare in una fabbrica o in un cantiere edile per mantenere un’amante – e tutti erono delusi che non lo facessi.[…] Mi vedevano già la mattina uscire all’alba, il pacchetto dei panini e la cazzuola sotto il braccio, gettare un bacio verso la finestra a Maria e mi vedevano rientrare la sera stanco ma soddisfatto, leggere i giornali e guardare Maria che lavorava a maglia. Io invece non facevo il minimo sforzo per tradurre in realtà quelle loro fantasie.”

La critica aspra di Heinrich Böll non risparmia nessuno, il suo moralismo è intransigente, ma resta solo ad ululare alla luna, circondato da uomini e donne con orecchie da mercante, finendo con il mendicare alla stazione centrale di Bonn.

Carla Valentini

Appunti di viaggio 2

Come quasi è inevitabile che succeda, dormire in un letto che non è il proprio a volte si fa sentire.
La mattina del 27 la stanchezza pesava sui nostri occhi, lucidi e affaticati. Dopo la colazione in camera, il richiamo del letto è stato più forte e abbiamo riposato per un’altra oretta, giusto per rimetterci in sesto. Nel frattempo, Assisi ci attendeva, fuori c’era un sole pieno di calore, un gennaio lontano dal solito piovoso mese. Siamo stati fortunati, Fratello Sole ci ha accompagnati ogni giorno, dietro ogni passo.

Una volta in piedi, l’orologio segnava circa le 11.15, ci siamo diretti verso i luoghi che non avevamo ancora visitato la volta precedente. La prima tappa è stata la Chiesa Nuova dove abbiamo potuto vedere i resti della casa di San Francesco su cui è stata costruita la Chiesa. Pensare alla storia, al tempo passato, a quante volte Francesco da piccolo ha oltrepassato quella soglia, a quante volte lui e i suoi genitori hanno percorso quelle scale, quante le stoffe vendute in quello spazio esterno vicino la casa. Un’esperienza indescrivibile il rapporto con la storia, poter chiudere gli occhi e vedere, in un batter di ciglia, la gente di quel tempo, vestita con gli abiti del tempo, quel che si dice un mistico e magico “tuffo nel passato”.

Dopo esserci avviati verso il posteggio, ci siamo incamminati verso l’Eremo delle Carceri, a circa 3km, il luogo dove San Francesco e i suoi seguaci si ritiravano per pregare, a quasi ottocento metri di altitudine sul monte Subasio, immerso in un bosco di lecci. Anche qui, l’esperienza che si vive è incredibile, entrando dal piccolo chiostro che si trova all’ingresso si accede al refettorio e, via via, passando da antro ad antro, le porte che collegano le varie e caratteristiche stanze si rimpiccioliscono, come una matrioska di porte. Bisogna abbassarsi, tenersi, scendere piccole e irregolari scale di pietra. Un piccolo labirinto in cui, però non ci si può perdere. Una volta usciti dagli edifici del convento, abbiamo proseguito la passeggiata nel bosco, dove ci siamo imbattuti nelle statue di Francesco, Leone e Ginepro scolpiti in un momento di rilassamento.

Camminare in quel posto e godere di quel panorama ci ha fatto perdere un po’ la cognizione del tempo, tant’è che giungemmo ad un ristorante vicino l’albergo intorno alle 14, uno di quelli che la sera precedente avevamo trovato chiuso e si è mangiato molto bene.

Dopo aver sorseggiato un buon caffè, siamo passati nella Basilica di Santa Chiara, una favolosa costruzione in pietre bianche e rosa, che accoglie al suo interno, oltre stupendi affreschi sulla vita di Chiara d’Assisi, l’originale Crocifisso di San Damiano che parlò a San Francesco nell’eremo di San Damiano, ordinandogli di sistemare la Chiesa. La cripta è uno spazio molto fine ed elegante che conserva il sarcofago con il corpo di Santa Chiara ritrovato nel 1850. Dopo aver terminato la visita, abbiamo goduto del bellissimo panorama cui ci si affaccia dallo spiazzo antistante la Basilica e di sera la magia è ancora più forte.

Carla Valentini

[continua…]

Appunti di viaggio

Tornando verso Trieste ripercorro questo viaggio con la mente, ricordando la bellezza dei paesaggi e la cordialità delle persone incontrate. Si parte da Trieste il 26 gennaio, sono le 9.30 circa del mattino, destinazione Assisi. Prima di raggiungere la città del “poverello” si fa tappa in Toscana, a Chiusi della Verna, per visitare con un po’ più di calma il santuario dove San Francesco ricevette le stigmate.

Croce del Santuario di La Verna

Fermiamo l’auto all’ingresso del santuario, intorno alle ore 15.00, in tempo per assistere alla quotidiana processione dalla stupenda Chiesa del Convento fino alla Chiesetta delle Stigmate, in silenzio lungo l’antico corridoio riscaldato dai raggi del sole, che si avvia al tramonto, penetrando attraverso i rami dei vecchi alberi ed i finestroni. Mettere piede su quei sassi è qualcosa di mistico, anche il più miscredente degli atei resterebbe di stucco trovandosi nel mezzo di quella naturale e religiosa bellezza.

Solitamente la mia circolazione sanguigna non è delle migliori, le mani e i piedi freddi mi tengono compagnia molto spesso, ma lì, anche quando la temperatura segnava 0°C, ho avuto la sensazione che nelle mie vene fluisse sangue nuovo e caldo, pronto a ritemprare ogni parte di me.

Dall’8 gennaio agli ultimi giorni di febbraio la foresteria del santuario di La Verna resta chiuso, quindi il nostro animo è stato accolto quasi totalmente dai rumori e i colori della natura. La temperatura era intorno ai due gradi e, dopo aver fatto visita al “sasso spicco”, dove un masso imponente sporge per vari metri sopra un’altra robusta roccia, sembra staccato e si regge per il contrappeso della parte non visibile, io e il mio compagno siamo entrati nel bar del convento per riscaldarci con una buona tisana bollente.

Una volta lì abbiamo fatto visita ad una dolce e simpatica sorella che ha da poco superato i sessant’anni al servizio di Dio e di Francesco. Salutandola, prima di rimetterci in cammino per Assisi, le abbiamo promesso che la prossima volta in Toscana ci saremmo fermati nella foresteria del santuario francescano di La Verna.
Rimessi in strada, ci restava poco più di un’ora per raggiungere Assisi.

Ad attenderci c’era il particolare e ben organizzato Hotel Alexander situato di fronte alla Chiesa Nuova, costruita sui resti della casa paterna di San Francesco, dalla quale si può vedere la vera porta d’ingresso della dimora di questi signorotti.

Porta di ingresso originale alla casa paterna del “poverello di Assisi”.

L’elegante Chiesa presenta una pianta a croce greca simile alla struttura della Chiesa romana di Sant’Eligio degli Orefici, opera di Raffaello Sanzio. Nell’incrocio tra navata e transetto, sulla sinistra, si può ancora vedere la mini prigione in cui il padre di Francesco, Pietro di Bernardone, rinchiuse il figlio dopo che egli si spogliò delle sue pregiate vesti e decise di vivere come povero seguendo la parola di Dio.

L’ambientazione del nostro soggiorno è stata perfetta, mistica e surreale, visto che affacciandoci dalla nostra camera riuscivamo a vedere lo spazio della casa di Francesco, dove con il padre vendeva le sue pregiate stoffe.

Dopo esserci sistemati e rinfrescati per il viaggio fatto, siamo usciti tra le stradine di Assisi e ci siamo incamminati per mangiare qualcosa di caldo, dal momento che avevamo nel nostro stomaco solo un panino. La ricerca non è stata difficile, avevamo dei suggerimenti da parte del cordiale direttore dell’albergo, ma visto che per Assisi il mese di gennaio non è il periodo giusto per il turismo, la maggior parte dei ristoranti e trattorie erano chiusi. Siamo riusciti comunque a mangiare una buonissima zuppa di zucchine e fagioli, del vino rosso e le parole, si parla, si discute, si ride e si scherza, perché non vorrei mai diventare come quelle coppie che non riescono a parlare per più di dieci minuti al dì.

Una volta terminata la perfetta cena, abbiamo passeggiato per le amene e suggestive viuzze di Assisi. Percorrendo via Frate Elia, per raggiungere la Basilica di San Francesco, ci siamo ri-imbattuti in Massimo Coppo, ex docente universitario e seguace della Comunità di Iaca, che da due anni fa penitenza vestendo, anche quando le temperature esterno scendono sotto lo zero, un saio in tessuto di sacco, scalzo, e dormendo in una nicchia dei portici della Basilica Inferiore di San Francesco, ma è un personaggio sui generis a cui voglio dedicare un post tutto per lui.

Basilica Papale di San Francesco, Assisi.

Dopo aver parlato sotto i portici per quasi due ore, ci siamo incamminati verso la nostra camera, con un po’ di senso di colpa in cuore, visto che andavamo verso il caldo delle coperte e la comodità di un materasso, mentre Massimo sei giorni su sette e lì, sulla dura e fredda pietra, a dormire.

Carla Valentini

[continua…]