UNIONI CIVILI: CACCIA ALLE STREGHE?

witchuntPochi giorni fa ho conosciuto un bambino, che qui chiamerò Giulio. Eravamo a pranzo a casa di amici di amici, una compagnia di dieci/dodici persone. Questo bimbo di quattro anni, molto carino e socievole, si avvicina e crea il primo legame con Mario, il mio compagno, con il quale scherza e gioca, e piano piano prende confidenza con un po’ tutti. Giulio è il nipote dei padroni di casa, i quali temono che il bimbo possa disturbarci perché vivace, ma nient’affatto: aggiungiamo un posto a tavola e siede tra noi. Giulio è un bimbo molto sveglio ed intelligente, seppur ha ancora qualche difficoltà ad esprimersi verbalmente, riesce comunque a farsi capire. Ha un sorriso e degli occhi dolcissimi. Giulio ha tanta voglia di giocare: è cresciuto dal padre, che però lavora tutto il giorno, e dai nonni, i quali hanno il loro lavoro in campagna da mandare avanti: tra galline, vitelli ed orti. Un bellissimo posto dove crescere un bimbo, sempre all’aria aperta e cristallina, in contatto costante con la natura. La madre non c’è, o meglio, dopo la nascita del figlio, lo ha lasciato ai nonni e se ne è andata, in giro per i fatti suoi, noncurante di ciò che fosse meglio per il bimbo.

Perché racconto questa storia? Di certo non è la prima e, purtroppo, non sarà l’ultima, ma questa vicenda ha ulteriormente rafforzato il concetto a cui, ultimamente, ho pensato molto: le unioni civili, il ddl Cirinnà e tutte le relative questioni. Questo decreto di legge è stato ostacolato. Ostacolato da coloro i quali hanno paura, paura di un qualcosa di inesistente, paura di un pregiudizio, paura della loro stessa ombra. Le persone che intralciano questo decreto, mettono i bastoni tra le ruote al concetto stesso di famiglia, seppur credono di battersi per questo concetto. Alla base della famiglia c’è l’amore, l’amore reciproco e quello verso i figli. Le cure e le attenzioni, le premure, gli affetti ed il rispetto che i genitori possono offrire ed insegnare. L’amore è il sentimento più puro che possa esistere e qui lo si sta recriminando per la paura del niente, per paura dell’uomo nero nascosto sotto il letto.

L’episodio che ho raccontato all’inizio è un esempio di ciò che può accadere, ciò è accaduto in una famiglia cosiddetta “tradizionale”: dove ci sono una mamma (seppur inesistente) ed un papà. Con queste parole non voglio recriminare il ruolo della famiglia composta da un padre ed una madre, perché sono cresciuta in una di queste e i miei genitori hanno fatto di tutto affinché io e mia sorella stessimo bene ed avessimo la migliore educazione, ma non vedo perché non si riesca a capire che anche due uomini o due donne farebbero di tutto per la loro famiglia ed i loro figli. Cosa hanno da offrire in meno ad eventuali propri figli una coppia di omosessuali rispetto ad una di eterosessuali. Io mi reputo una ragazza con la testa sulle spalle e con un forte livello di responsabilità: se io anziché essere eterosessuale fossi omosessuale e trovassi una compagna con gli stessi principi, cosa avrei in meno della “me” eterosessuale: non sarei sempre in grado di insegnare il rispetto dell’altro, la tolleranza e l’amore verso il prossimo, non potrei offrire amore ed affetto? Mi verrebbe da dire che, se per contrastare questo decreto gli oppositori mettono in risalto un episodio particolare come generalizzazione, allora io prendo come spunto la storia del piccolo Giulio sopra riportata e ce ne sono molte altre. 

In questo periodo, ne ho viste e sentite di tutti i colori. Gli individui che temono la crescita di bambini assieme a coppie dello stesso sesso o l’educazione che essi possono impartire loro. Questi individui vedono gli infanti – nella loro testa – alla mercé di lavaggi del cervello, istigazione alla prostituzione, istigazione all’omosessualità e chi più ne ha più ne metta. Non vi è nessuna prova scientifica che attesti che i bambini vengano “contagiati” dall’omosessualità (come alcuni beoti credono) o che vengano condotti su sentieri oscuri e impervi che portano alla perdizione. Questo è il ritratto che hanno in mente coloro i quali ostacolano questo decreto di legge; non voglio sembrare facilona e qualunquista con le mie parole, lungi da me esserlo, ma questa è la percezione che si ha. Voler instillare la paura di un qualcosa che non esiste, un po’ come quando si propagandava che “i comunisti mangiano i bambini” (QUI un bell’articolo di Stefano Pivato sulla nascita del detto).

Qui si parla di persone che chiedono il rispetto dei propri diritti in qualità di essere umani, di cittadini, e non di etero od omosessuali. Io sono favorevole alle unioni civili.

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11/09 – Non era un giorno come un altro.

L’11 settembre 2001 avevo 12 anni, quasi 13. Quell’11 settembre era un martedì, quel giorno ero a casa, sicuramente la scuola non era ancora iniziata. Era solo un giorno come un altro che andava a chiudere le vacanze estive.

Come spesso accade in un giorno come un altro non si presta attenzione ai dettagli, alle piccole cose. Niente di ciò che accade ti resta in mente in un giorno normale di tanti anni fa. Io, per esempio, non ricordo nulla, eccetto per una cosa che c’era in tv: un’edizione speciale del tg. Non stavo guardando la tv, mia mamma è solita tenere accesa la tv mentre svolge le faccende domestiche, io ci stavo solo passando accanto per andare in cucina; mi fermai, mi voltai verso lo schermo, ero in piedi ed appoggiai le mani sullo schienale di una delle sedie di legno della sala da pranzo; in tv continuavano a passare registrazioni di un aereo contro un palazzo.

Non capivo: cosa stava succedendo? Dove? Era un incidente? Sentivo paroloni troppo grossi perché li potessi comprendere. Avevo 12 anni, quasi 13, ed ero troppo piccola per rendermi conto di ciò che stava succedendo nel mondo, di che portata fosse la tragedia a cui stavo assistendo. A 12 anni non ero per niente sveglia o, meglio, non tanto quanto lo sono i dodicenni oggi. Solo negli anni, dopo le commemorazioni, i minuti di silenzio, le teorie, internet, ho preso consapevolezza di cosa avessi visto quel giorno di settembre.

Ogni anno, puntualmente, ritorna a farsi vivo il ricordo dopo 364 giorni di letargo nella nostra coscienza. Ogni volta che rileggo le storie, le testimonianze, riguardo i video e le immagini tremo, rabbrividisco, piango. Piango perché ti rendi conto che, anche se non è successo a te, è come se lo fosse. Percepisci il dolore, la sofferenza, la disperazione, l’ineluttabilità del destino, l’imprevedibilità della vita. Percepisci queste sensazioni, ma forse avrai la fortuna di non provarle mai davvero.

Ricordo questo di quel giorno di settembre e qualche giorno più tardi – il primo giorno di scuola dopo le vacanze – ricordo i minuti di silenzio in ricordo delle vittime: anime innocenti ed inconsapevoli che hanno affollato il paradiso troppo presto.

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Il cuore piange.

Le cose brutte accadono, che siano previste o meno fanno parte della nostra vita. Queste cose ci fanno piangere, inveire, ci fanno sorgere delle domande alle quali mai avremo risposta certa e che, forse, mai vorremmo sentire perché non saremmo in grado di capirla ed accettarla. Le cose brutte provocano dolore, ma alcune ti lacerano nel profondo, ti spezzano tutto: il respiro, le ossa, il cuore.

Svegliarsi la mattina e sapere di non poter più vedere una persona, guardarla negli occhi, sorriderle, chiederle come sta. Nella vita ogni attimo è rilevante, dietro un attimo si può nascondere un mondo.

Non sono brava con le parole, quando vedo qualcuno vicino a me stare male temo, parlando, di farlo stare peggio; temo di non essere d’aiuto perché il più delle volte sono situazioni per le quali non si può fare nulla concretamente ed è frustrante. In tali situazioni di impotenza l’unica cosa che si può fare è sperare e pregare, sperare e pregare dal profondo del cuore.

Nonostante in questo anno io mi sia laureata, tristi notizie mi hanno investito. Diverse sono le persone che ora si fanno compagnia lassù e ci guardano assieme: il papà del mio compagno, un mio collega di università, una vecchia compagna di scuola e mio zio, a cui – nonostante le poche parole – volevo un mondo di bene.

Ciao Zio, ciao anime belle.

Helping Hand

Internet è una grande opportunità, non c’è bisogno che lo dica io. Se uno strumento è usato correttamente, fa solo cose buone.

Come potete vedere in un paio di post fa, ho finalmente terminato in marzo 2015 il mio percorso formativo universitario ed ho sempre sognato la Gran Bretagna come viaggio premio.

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In questi anni universitari ho studiato e lavorato contemporaneamente anche per cercare di mettere da parte un po’ di soldi per il futuro e per situazioni extra come, ad esempio, un viaggio, ma è risaputo che mettere da parte un po’ di soldi in questo momento storico è davvero un’impresa. Una parte del denaro ricevuto dai miei parenti come regalo di laurea contribuirà a questo viaggio, ma la Gran Bretagna non è per nulla cheap e quello che ho riuscirà a malapena a coprire i costi di viaggio.

Ho deciso, dunque, di utilizzare uno strumento disponibile sul web, ovvero quello del crowdfunding attraverso il sito #1 al mondo di raccolta fondi (www.gofundme.come). Il crowdfunding è “un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. E’ una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse” (Wikipedia).

Il perché è dovuto al fatto che nel mondo ci sono persone che vogliono aiutare e ne hanno la possibilità, anche contribuendo in minima parte, ed ogni aiuto è sempre gradito, e come un proverbio salentino dice “Ogni petra azza parite”, cioè ogni pietra serve a costruire un muro, anche una piccola pietra.

In momenti storici come questo è bello essere in contatto con la positività che trasmette questo sito: è importante avere la possibilità di aiutare qualcuno direttamente, anche se si trova lontano da noi. Spesso, quando si dona alla cieca, non si sa come quei fondi verranno utilizzati e se serviranno veramente allo scopo iniziale. Attraverso questo sito le persone che richiedono un aiuto si espongono senza fronzoli raccontando la propria storia.

Per chiunque volesse contribuire anche in minima parte alla mia campagna:

http://www.gofundme.com/vcqup4

Mettete un Like alla campagna e condividete.

Comunque vada, grazie a tutti Voi.

Ritorno…

Porto con me sempre un pezzo di carta e una matita nel caso in cui qualche pensiero avesse voglia di nascere, di essere ricordato. Questo foglio bianco è nella borsa, nella tasca dei jeans, nelle tasche del cappotto. Nell’ultimo anno questo pezzo di carta è stato preso pochissime volte.

Non che non avessi nulla da dire, anzi fin troppo… ma tutto, nell’ultimo anno, è trascorso così velocemente che quasi dimenticavo di respirare. Vorrei scrivere di più e vorrei che gli altri si riconoscessero in ciò che scrivo, ma il più delle volte sono io a rileggermi e spesso nemmeno mi sopporto.

C’è chi riesce a scrivere di sé senza aver paura di nulla. Io la maggior parte delle volte ho paura di mettere nero su bianco le mie emozioni: sono fin troppo intime per condividerle con me stessa, figurarsi con gli altri.

Come dicevo, nell’ultimo anno il tempo è volato, è stato come viaggiare di notte ad altissima velocità dove i neon delle insegne lasciano accanto a te delle scie di luce fluorescente: intontita dalla velocità, soggiogata dal loro bagliore, ma, allo stesso tempo, cosciente di tutte le cose che stavano accadendo.

Di giorno ci sono mille cose da fare: studio, lavoro, cani, casa. La notte è l’unico momento in cui focalizzo la mia attenzione al 100%, perché mi ritrovo catapultata in un paesaggio onirico, più o meno realistico, e vivo l’altra metà del giorno tra storie belle, brutte, strane, grottesche… non importa in fin dei conti il tipo di sogno, l’importante è farli e ricordarsene e se la mattina mi sveglio e non ricordo nulla del sogno fatto me ne dispiaccio.

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A presto,

Carla Valentini

42h al dì

24h al giorno non sono sufficienti. Ci sono periodi dell’anno in cui non riesco a finire un libro o a guardare un film senza addormentarmi prima che finisca. Entrare nel mondo del lavoro è un passo importante.

Ho solcato quella soglia un mese fa circa e con lo studio per l’università il tempo da dedicare alle mie passioni è veramente limitato. Ho sempre la testa in movimento e quindi quando ho cinque minuti di tempo cerco di trascorrerli nella più assoluta calma (magari distesa su un prato sotto il sole, ma con un leggero venticello.. questo è quello che compare, al momento, nel fumetto sopra la mia testa).

Mi sono imposta di scrivere questo post, per dare un segno di vita, per rimettere in moto questo blog. Scrivere però non deve essere un’imposizione. Cercherò, nella pienezza delle giornate, di ritagliare un piccolo pezzo per dare libero sfogo alla scrittura. Speriamo di riuscirci.